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Rubrica psicologica – SEPARARSI

Quindicesima puntata della rubrica psicologica.
Anita ci parla di una situazione purtroppo frequente: la separazione di due coniugi o comunque conviventi con figli.
Nonostante questo, nessun ruolo deve essere cancellato, ma deve potere farsi strada nell’interazione e nell’integrazione per sviluppare l’individualità, la differenzazione.


È possibile e necessario separarsi? Perché a volte è così difficile attuare questo passaggio?
Separarsi è fondamentale per acquisire diverse capacità e funzioni psicologiche.
La continua dipendenza tra madre e bambino può creare una serie di difficoltà dello sviluppo generando anche vere e proprie patologie come le dipendenze, le psicosi (incapacità di percepire adeguatamente la realtà fino a sviluppare deliri e allucinazioni) e i disturbi borderline di personalità (stati limite, ai confini con la psicosi).
La funzione separante è prerogativa della figura paterna che s’inserisce nel rapporto duale madre – bambino mostrando una terza realtà.
La madre deve permettere l’accesso al padre sia considerandolo come elemento importante nella crescita del figlio sia, come dice Fain, ritornando a diventare moglie nella coppia.
I genitori hanno l’arduo compito di ritrovarsi contemporaneamente madre/moglie e padre/marito, cioè assumono una doppia funzione all’interno del sistema famigliare.
Penso che nelle famiglie con figli affetti da malattia organica, come l’emofilia, dove la madre è molto impegnata mentalmente nel gestire un’affettività, soprattutto la colpa, questo processo può trovare degli intoppi.

Il padre può faticare a trovare il suo spazio.
Possiamo ipotizzare che lasci alla moglie il tentativo di riparare al danno che pensa di avere inferto al figlio, sollevandola momentaneamente dallo stato di sofferenza.
In questo modo l’onnipresenza materna copre la mancanza del fattore.
Ma non può essere anche che il padre si autoesclude da questo rapporto forse per gestire il suo vissuto d’impotenza?
Ogni caso andrebbe considerato più da vicino, ma sicuramente ciò che spinge i due genitori ad agire è una grande sofferenza.
Il problema si mostra quando questi meccanismi bloccano il processo di separazione.
A volte già nell’infanzia si osservano i segni del deficit, molto spesso emergono con più prepotenza nel periodo adolescenziale a causa del gravoso compito psicho-fisico che questa età richiede.
Una delle maggiori difficoltà è riuscire a costruire una propria identità.
Una mancata separazione conduce all’impossibilità di differenziarsi dall’altro.
La confusione con l’altro fa sentire un forte sentimento di vuoto che nei casi più gravi può manifestarsi in forme deliranti, dipendenze, attacchi alla propria persona (tagli). A volte gli adolescenti che s’infliggono tali pratiche lo fanno per “sentirsi” quando non hanno più la percezione di se stessi.
La non separazione ha fatto vivere un’alienazione, un’impossibilità di costruire una propria identità, riconoscersi nella propria unità.
Naturalmente questo può generare anche una mancata differenzazione tra i sessi e una confusione generazionale, come ad esempio quando il bambino diventata genitore dell’adulto o assume la posizione di marito.
Cancellando la funzione paterna si blocca il progresso identitario e soprattutto nel caso dei pazienti emofilici, diventa più difficoltosa l’identificazione con la figura paterna.
Se non c’è il padre è difficile essere come il padre e acquisirne alcune caratteristiche.
Questo in adolescenza si carica di tensione perché bisogna trovare un sostituto identitario, per supplire alle angosce che i vari compiti psichici richiedono al giovane.

Non dimentichiamo che durante questo periodo dello sviluppo emergono molto di più  la sessualità e l’aggressività che devono trovare un senso psichico.
Essere bloccati nella funzione materna, cancellando il paterno diventa angosciante per il ragazzo perché non trova lo stimolo a investire su figure diverse, esterne e rimane fermo nella dinamica famigliare scatenando diverse fantasie tra le quali quelle incestuose.
Il compito del padre è di fornire i limiti di ciò che è possibile o no fare. È comprensibile come questa funzione possa rassicurare un giovane alle prese con una realtà e una responsabilità diverse come l’entrare nel mondo adulto.
Se tutto questo manca, il giovane può sentirsi solo, impaurito, sprovvisto dei meccanismi per affrontare la vita.
La conseguenza è che attivi delle difese non funzionali, ma anzi creatrici di patologia, per supplire a queste carenze e gestire l’angoscia.
Io trovo interessante la teorizzazione proposta da Caillot e Decherf, che studiano da un punto di vista psicoanalitico la coppia e la famiglia. Questi analisti sottolineano che in certe situazioni si forma un indifferenzazione tra madre e bambino o tra membri della famiglia che li fa funzionare come vasi comunicanti dove dominano i fantasmi di autogenerazione per contrastare l’angoscia di separazione, indifferenziazione.

Generare significa trovare l’altro e il diverso, in un rapporto di complementarietà. I due autori (1989, p.114) dicono “Il fantasma di auto-generamento familiare è dunque un fantasma anti-originario” … e aggiungono che questo serve a “… mantenere una relazione onnipotente e incestuosa …”, io aggiungo nell’immaginario e nelle fantasie familiari.
Il risultato è che stare insieme genera un’impossibilità di essere, ma separarsi fa provare un profondo senso di vuoto, quindi entrambe le situazioni diventano un fattore di pericolosità per la psiche.
Questo breve “racconto” del processo separativo vuole essere un modo per aprire una riflessione sull’importanza delle funzioni materne e paterne all’interno della famiglia.

Nessun ruolo deve essere cancellato, ma deve potere farsi strada nell’interazione e nell’integrazione per sviluppare l’individualità, la differenzazione.
Essere significa identificarsi per sentirsi simile, ma non alienarsi nell’immagine dell’altro. Essere significa differenziarsi per offrire e offrirsi l’opportunità di individuarsi attraverso l’atto creativo che introduce la propria unicità.

Anita Gagliardini
(agagliardini@libero.it)
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Bibliografia
Aulagnier P. (2005), “La violenza dell’interpretazione”, Ed. Borla
Caillot J.P., Decherf G. (1989), “Psychanalyse du couple et de la famille), Ed. A.PSY.G.
Fain M. (1971), “Prélude à la vie fantasmatique” in Revue farnchayse de psychanalyse, Tome XXXV, 291-364

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