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RUBRICA PSICOLOGICA – “UN FIGLIO”

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Seconda puntata della rubrica psicologica.
Questa volta la dottoressa Gagliardini tratta il tema importante di un figlio ricordando la lettura di un libro che si intitola appunto: “Un figlio”.
Infatti nella sua presentazione della prima puntata affermava che i temi affrontabili in questo campo sono molti: il corpo, la malattia, la genitorialità, il rapporto tra fratelli, la scolarità, la psicosomatica, il rapporto di coppia.
Vogliamo ancora una volta riportare quanto ha scritto nella prima puntata:
…”Sono tutti argomenti ampi e che possiamo affrontare da diversi punti di vista.
tuttavia penso che forse, sia più utile per voi approcciarvi alla lettura se la tematica vi appassiona o incuriosisce.
Per questo v’invito a scrivermi quale tema vorreste affrontare o a quali domande desiderereste avere risposta.
Per questo scrivete a agagliardini@libero.it  ricordando di mettere come oggetto: articolo ex.
Sperando che questo spazio di lettura possa essere utile, vi ringrazio per la partecipazione”.

 

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Ultimamente ho letto un bel libro di Alejandro Palomas che s’intitola “Un figlio”.
Una psicologa scolastica, aiuta il piccolo Guille e suo padre Manuel, a ricostruire una storia dolorosa di perdita.
Il padre non riesce a comunicare al bambino che la madre è dispersa dopo un incidente aereo perché i suoi vissuti non sono rappresentabili, ma soprattutto accettabili.
Per questo tende a negare l’accaduto e costruisce dentro di sé e agli occhi del figlio una scena in cui la madre è presente.
La sera si mette davanti al computer e immagina di parlare alla moglie.
Guille vede che sullo schermo non c’è il viso materno, ma non disconferma il padre svelando questo segreto.
Regge questo gioco doloroso di cancellazione della realtà allo scopo di preservare il mondo emotivo.
Purtroppo questo crea il sintomo. Dentro di sé il bambino conosce la realtà, ma svelarla significa perdere anche il padre, non su un piano fisico ma mentale.
Il padre dal canto suo non vuole accettare questo fatto traumatico e cerca di convincersi che rivedrà l’amata moglie.
Questo lutto diventa fonte non solo di un dolore indicibile, ma anche di colpa e rabbia.
Manuel avrebbe voluto che lei non accettasse un lavoro all’estero, ma rimanesse con la sua famiglia, per questo, fino all’ultimo saluto, la tensione aleggia.
Si sviluppa la colpa come un sentimento che contrasta l’impotenza di un fatto che non si può ne controllare ne cambiare.
Se si prova colpa, si pensa che qualcosa di diverso si sarebbe potuto fare. Se si prova colpa si allontana l’incertezza della vita.
Rabbia. Rabbia perché la persona cara li ha lasciati. Rabbia verso un destino immutabile.
I comportamenti di Guille sono comprensibili alla psicologa e al padre solo dopo la significazione e la costruzione di senso cioè quando il comportamento è ricollegato allo stato emotivo e all’episodio traumatico.
Guille si veste da Mary Poppins, non perché abbia un disturbo dell’identità, ma perché questo lo fa sentire vicino e tenere in vita la madre.
è con lei che va a vedere, poco prima della partenza, lo spettacolo di questo personaggio.
Per questo è sempre importante non dare interpretazioni affrettate, ma contestualizzare la situazione e ricostruire la storia della persona perché si possa realmente capirne la sofferenza e creare il senso necessario alla sopravvivenza psichica.
La terapia ha permesso di scavare in una storia dolorosa per portare a consapevolezza qualcosa che è rifiutato perché traumatico.
Alcuni traumi possono cancellare parte dell’apparato psichico, come sottolineano alcuni autori della scuola psicosomatica di Parigi.
Per questo è importante lasciare spazio al dolore, ma soprattutto di permettere alla parola di pronunciarlo.
Ma tutto questo cosa ha a che fare con il mondo della malattia organica?
Penso che ci siano diversi spunti di riflessione.
Il Trauma, il dolore, la colpa, la rabbia, le difese primitive della mente, la non comunicazione.
Alcuni autori come ad esempio Soulé, Ciccone e Fustier ci mostrano quanto sia difficile per un genitore affrontare la malattia di un figlio vissuta, in parte, come perdita.
Perdita della sicurezza di potere essere genitore, ma soprattutto perdita del figlio fantasticato e immaginato per tutto il periodo della gestazione.
Ciccone evidenzia come la decolpevolizzazione toglie al soggetto l’idea di padroneggiare la situazione, accentuando così il traumatismo.
Attraverso la colpa è come se l’individuo sentisse di controllare un po’ di più la situazione.
Soulè invece, parlando delle madri di bimbi prematuri, evidenzia come si sentano ferite narcisisticamente perché non sono riuscite a “donare” tutto al proprio figlio.
A volte la malattia diventa un “segreto” da non svelare e tutto rimane chiuso tra le mura domestiche. Altre volte si cerca di negare le difficoltà dei figli allo scopo di allontanare il pensiero angoscioso.
Un po’ come Manuel certi genitori cercano di nascondere il proprio dolore e la propria ferita negando parte della realtà.
Ma come Guill i figli sentono che una parte di loro va allontanata più che condivisa.
La mancata accettazione di un evento crea un’area innominabile che blocca l’individuo in uno spazio di sofferenza.
Malattia o no, tutti noi dobbiamo accettare la mancanza e il limite che la realtà ci pone tutti i giorni. La malattia organica catapulta il genitore in un mondo di sofferenza iniziale traumatica che non trova parola, come se l’emotività lo travolgesse.
Fustier, psicoanalista francese, che dedica un intero libro su questi argomenti, sottolinea che al momento della diagnosi di malattia organica di un figlio l’intera famiglia ne è colpita e attiva meccanismi di difesa primitivi.
In un primo momento, si perde la capacità di pensare perché si è troppo presi a gestire un mondo emotivo scombussolato dagli eventi.
Così come il padre di Guill, la famiglia rischia di chiudersi in un dolore indicibile che se non trova ascolto rompe l’equilibrio psichico. Soprattutto se la sofferenza genitoriale rimane imbottigliata nel mondo interno non riesce ad aprirsi alla sofferenza dell’altro, come Manuel con Guill.
L’elaborazione, si osserva bene nel libro, diventa strumento necessario per continuare a guardare verso l’orizzonte e prendendosi per mano continuare a camminare insieme senza avere paura di separarsi.

Anita Gagliardini
Psicologa-psicoterapeuta
agagliardini@libero.it

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