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UNA GIORNATA DI (STRA)ORDINARIO IMPEGNO

In questi tempi di restrizioni che abbiamo vissuto fino alle 23.59 del 3 maggio, la nostra vita è stata condizionata dagli obblighi imposti dal Governo Italiano per cercare di ridurre il più possibile il contagio, e soprattutto la morte, causata dalla pandemia da Coronavirus.
Ed ha funzionato!
La curva dei contagi e dei morti si è notevolmente ridotta.
Bisogna pensare che l’aumento del 50% dei decessi in Italia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, nonostante sia un dato sconsolante, poteva essere peggiore.
Ora si preannuncia una fase ancora più difficile che è quella della convivenza con il virus.
Tutto questo ha costretto le aziende sanitarie italiane a riorganizzarsi in modo da rispondere alle richieste della popolazione.
La riorganizzazione è stata divisa in due tempi:
– durante il picco dell’influenza attrezzandosi con nuove terapie intensive, nuovi ventilatori polmonari, tende filtro all’ingresso del pronto soccorso e ridefinizione delle attività di soccorso intra ed extra ospedaliero e di quelle ordinarie per citare alcune attività
– attualmente si sta tornando lentamente alla normalità ma preparando opportuni “piani B” nel caso in cui la curva dei contagi torni a salire.
Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto questo periodo nella triplice veste di infermiere, emofilico e paziente, è stato molto impegnativo.
Cosa comporta questo?
Come si è avuto modo di vedere in televisione, bisogna indossare una tuta di un materiale particolare che, grazie alle sue caratteristiche tecniche, consente di isolare chi la utilizza dal contatto con agenti esterni.
Oltre alla tuta, è obbligatorio indossare maschere ed occhiali protettivi onde evitare contaminazione con le mucose.
Non per ultimo è fondamentale l’utilizzo di almeno due paia di guanti (che saranno la nostra pelle) e di calzari monouso, onde evitare la contaminazione delle scarpe.
Solamente per indossare in modo corretto la tuta, ci si impiega dagli 8 ai 10 minuti circa.
La procedura di svestizione è molto più complicata e prevede una sequenza unica perché c’è un alto rischio di contaminarsi.
Posso assicurare a tutti che muoversi con questo abbigliamento non è affatto facile, immaginarsi gestire un paziente critico con tutte le sue complessità!
Ricordo che durante un trasporto, il medico che mi accompagnava mi disse: “A parte gli occhi e la voce, io non saprei come riconoscerti!”
Dal punto di vista dell’emofilico, il rispetto della profilassi è stato fondamentale per la mia condizione fisica, in particolar modo per rimanere tanto tempo in piedi con l’abbigliamento da bio-contenimento.
Il Centro Emofilia di riferimento mi ha contattato chiedendomi come stavo e ricordandomi di poterli chiamare per qualsiasi necessità urgente.
ll problema è nato una mattina quando mi sono alzato con la spalla totalmente bloccata da un dolore trafittivo che si irradiava al collo, al braccio ed alla parete laterale del torace.
Purtroppo, a causa della riorganizzazione ospedaliera del Centro emofilia, non è stato possibile essere visitato immediatamente per cui mi sono recato in un pronto soccorso ortopedico dove hanno gestito la cosa con superficialità dimettendomi con gli stessi sintomi con cui ero entrato.
Successivamente sono riuscito a mettermi in contatto con il medico del centro che mi ha consigliato la giusta terapia da seguire.
Come paziente potenzialmente infetto, ho seguito le indicazioni della Regione ma non nascondo di avere avuto molte difficoltà nell’eseguire il tampone risultato fortunatamente negativo.
Di tante cose che si sono scritte sugli infermieri, mi piacerebbe terminare trascrivendo un intervento di Roberto Saviano:
“Avere nella propria famiglia un infermiere è un dono.
L’avevo ascoltata, questa sorta di invocazione, con distrazione.
La consideravo una di quelle frasi tipiche dell’opportunismo paesano del tenersi comodità vicine.
È arrivata l’ora in cui ho compreso che avere nella tua famiglia un infermiere non è sapere chi chiamare per farti fare un’iniezione: ti permette di avere a tiro di braccio ben altro.
La possibilità di cogliere l’istinto all’altro, il naturale scegliere all’istante, l’assistenza, l’aiuto, l’essere accanto.
Nulla di tutto questo è scontato in un essere umano.
In questi giorni l’infermiere di cui parlo si è dato con tutto se stesso, e mai mi sono sentito così fiero di lui.
Stanco, sottopagato, spesso maltrattato, ma ostinato nel suo lavoro.
Infastidito dalla parola eroe, che viene spesa sugli infermieri come un modo galante per conferire un alloro momentaneo e coprire mancanze, la sottovalutazione economica, l’abbandono di una professione spesso considerata come un’alternativa alla disoccupazione.
Assurdo.
Siamo un  Paese disorganizzato, condannato ad essere sempre impreparato a ciò che accade, con una classe politica perennemente inadeguata.
Ma in questo momento, come è nello spirito italiano, gli individui, le singole donne e i singoli uomini, stanno facendo la differenza andando al di là dei loro compiti, ben oltre le procedure.
Avere quest’infermiere, qui dinanzi a me (anche se posso vederlo solo via Skype), che si è dato senza esitare, rischiando e pagando il suo rischio di lavoro, ora mi riempie di senso.
E quella frase, “avere nella propria famiglia un infermiere è un dono”, solo ora so cosa significa.”
Un’ultima osservazione.
Mi piacerebbe che il mondo medico considerasse bene l’utilizzo di plasma (sicuramente più sicuro e tracciato rispetto a qualche anno fa) nella cura di questa infezione. Come comunità di pazienti, non dobbiamo dimenticare quanto è accaduto e quanti non ci sono più.

Una frase che ripetiamo spesso in redazione quando vogliamo ricordare alcuni slogan che fanno parte della nostra storia é:
“Siamo angeli con un’ala soltanto ma se stiamo abbracciati possiamo volare”.
In questo momento e fino a quando non sappiamo, non sarebbe consigliabile abbracciarsi ma il significato della frase rappresenta molto bene questo abbraccio virtuale che ci danno le persone che ogni giorno sono al nostro soccorso o meglio, al nostro servizio.
Il direttore


“Facciamocelo amico cercando di non farci sopraffare”
La pubblicazione di due testimonianze inerenti la delicate fase che stiamo attraversando, vorrebbe essere un messaggio di invito alla misura, “katà metron”, avrebbero detto i greci antichi. Un’arte,  una scelta etica anche, che rendono possibile la narrazione di un evento tragico in modo rispettoso e obiettivo, mirando alla descrizione di gesti ed emozioni per renderci partecipi, semplicemente.
E’ con profondo rispetto e gratitudine quindi che vi lasciamo alla lettura, dopo quella di Giuseppe, di queste poche righe, scritte da Elena Gaiani, infermiera e Presidente ACEP Piemonte.

Questo potrebbe essere un set di una Fiction ma purtroppo no, non lo è.
Fuori dalla finestra vedo la Primavera, un sole magnifico,  un cielo limpido che più limpido di così non lo avevo mai visto.
La natura si è risvegliata, ma quando varchi il cancello del posto di lavoro (Nuovo Polo Sanitario di Venaria Reale) entri in un incubo.
Ambulanze, barelle, gente che aspetta in un Pronto soccorso di primo intervento.
Un pronto soccorso insolito.
Ci sono lacrime per ogni sprazzo di umanita’ ferita che non riusciamo a salvare e sorrisi per quelli che ce la facevano.
Altalene di emozioni ed occhi, tanti occhi che non riesci a dimenticare ma soprattutto tanta condivisione con i colleghi, che diventano un po’ la tua famiglia.
La paura atroce di essere contagiata per la penuria di DPI.
Continue lamentele per non avere procedure e protocolli da seguire.
Colleghi con i quali fino al giorno prima avevi riso e scherzato, ora si trovano dall’altra parte della barricata: sono diventati Pazienti.
La paura di contagiare i tuoi cari.
In questo momento particolare devo ringraziare una mia carissima collega “Cinzia”. Con lei ho condiviso e condivido tutt’ora le ansie, le gioie perché in due si affrontano meglio.
Non mi sento un’eroina, ma una professionista che ha sempre fatto il suo lavoro, mettendo in campo pregi e difetti.
Purtroppo non so per quanto tempo questo nemico ci terrà compagnia, ma dobbiamo pensare di convivere con lui.
Allora facciamocelo amico cercando di non farci sopraffare.
Elena Gaiani