Decima puntata della rubrica psicologica.
Nella presentazione della rubrica l’autrice affermava che i temi affrontabili in questo campo sono molti: il corpo, la malattia, la genitorialità, il rapporto tra fratelli, la scolarità, la psicosomatica, il rapporto di coppia.
Questa volta prende lo spunto dal cartone animato di “Candy Candy” e raccontaa di una puntata in cui si parla di emofilia affermando che: “La malattia non deve essere vissuta con vergogna, sentimento nasce dalla paura dello sguardo dell’altro e del suo giudizio”.
Il cartone di Candy Candy esce per la prima volta sugli schermi televisivi circa nel 1975.
Candy è una bambina che appena nata è abbandonata di fronte alla casa di Pony, un orfanotrofio gestito da due donne: suor Maria e miss Pony. Ancora oggi ricordo di una puntata, precisamente la 59, che sono andata a rivedermi, nella quale si parlava di emofilia.
Candy, una volta cresciuta, si allontana dalla casa di Pony, per poi farvi ritorno successivamente per aiutare le sue due “madri”.
Una mattina le due donne devono recarsi in città e lasciano Candy all’orfanotrofio a occuparsi dei bambini. La giovane ragazza vede di fronte a una finestra il volto di una bimba, Daisy, che guarda gli altri giocare con uno sguardo tra il desiderio di essere tra loro e la tristezza nel non poterlo fare. Candy la convince ad arrampicarsi sull’albero, anche se la piccola le ripete che le è vietato.
Quando Daisy arriva in cima e vede il lago in lontananza, sente di essere come un “uccellino” di fronte a tante cose belle e rimane a bocca aperta. Dopo poco alla bambina inizia a salire la febbre e si sente male.
Il postino che si sta avvicinando alla casa di Pony, corre per soccorrerla e in modo gentile e velato sgrida Candy per avere messo a rischio la bambina che è malata di emofiia.
Candy prova immediatamente colpa per tutto quello che è successo e teme per la salute della bimba.
tornano all’orfanotrofio, tranquillizzano Candy dicendole che sono loro che avrebbero dovuto avvertirla della malattia di Daisy.
La mattina dopo la bimba si sveglia e si arrampica di nuovo sul vecchio albero per osservare i colori del sole quando sorge e rivivere l’emozione di fronte alla natura.
Quando Candy se ne accorge, corre subito da lei e si rende conto che la bimba si è ferita e sanguina.
Una forte angoscia investe la casa di Pony e immediatamente è chiamato il dottore che dice che per l’emofilia non c’è cura e che bisogna solo sperare che la ferita smetta di sanguinare. Tutti pregano e i bambini si offrono per donare il loro sangue, ma a loro è detto che non è possibile. Finalmente la mattina successiva la gamba della piccola orfana ha smesso di sanguinare.
Ho brevemente descritto questo episodio, che tutti potete ritrovare su youtube, perché ci sono diversi spunti di riflessione.
Principalmente penso l’importanza di comunicare, a chi si prende cura dei bambini, le patologie in corso: psichiche o fisiche.
Questo, è necessario, per attivare tutti gli strumenti di protezione e tutela dell’individuo.
La cancellazione di un elemento così importante fa aumentare i fattori di rischio oltre che non permettere di analizzare e leggere la situazione nella quale è avvolto il bambino nella giusta prospettiva. Candy molto probabilmente pensava che Daisy fosse inibita dalle sue paure come la sua amica del cuore Annie e la sprona ad arrampicarsi per superarle. La lettura che fa del momento è scorretta perché ci sono state delle omissioni che la mettono nella condizione di non potere svolgere al meglio il suo ruolo educativo perché non ha gli elementi per farlo. Solo quando arriva il postino, che conosce la situazione, parte il reale soccorso.
Quando Candy sente per la prima volta il termine emofilia rimane turbata perché è qualcosa per lei sconosciuto e che, a detta del medico, sembra non avere cura. Questo dato è molto interessante perché ci fa vedere quanti progressi è riuscita ad ottenere la ricerca e la medicina fino ad oggi. Un medico oggi direbbe facciamo la profilassi, che include l’idea che qualcosa è comunque fattibile e non lascia spazio all’irreparabilità e all’impossibilità di una cura. Per questo penso sia importante conoscere la storia della malattia e i cambiamenti che negli anni sono avvenuti.
In questo racconto si fa strada la solidarietà più che la discriminazione di fronte alla sofferenza e la scoperta di malattia. In questi giorni vediamo quante persone si sono mobilitate per donare il midollo per aiutare il piccolo Alessandro Maria che vive a Londra.
La malattia non deve essere vissuta con vergogna. Questo sentimento nasce dalla paura dello sguardo dell’altro e del suo giudizio.
In Battacchi, Codispoti (1992, p.60-61) si legge “ … la vergogna è un segnale ed una reazione: è il segnale intrasoggettivo (di riconoscimento )e intersoggettivo (di ammissione) che è stato svelato agli altri e/o a sé ciò che si è e non ci si aspettava che fosse svelato, e una reazione a questo evento” e spiegando come la vergogna rilevi un senso di diminuzione del sé aggiungono “proprio in questo risiede il potenziale distruttivo dell’esperienza della vergogna, che segnala un’offesa, non soltanto all’identità sociale (cioè a quello che si vorrebbe essere per gli altri), ma sempre all’identità personale. Vergognarsi di fronte agli altri comporta anche il vergognarsi di fronte a se stessi”.
Questo episodio ci fa riflettere sul bisogno costante di investire la vita, anche quando l’angoscia di morte pervade gli animi.
Alla casa di Pony nessuno ha smesso di sperare e ognuno a proprio modo ha lottato per Daisy.
Lasciarsi andare allo scoramento non aiuta il paziente perché lo spazio circostante si avvolge di angosce mortifere che non permettono di attivare le risorse in gioco. La lotta diventa più faticosa e i pensieri che si fanno strada vanno a incrementare le proprie paure.
Nel finale Miss Pony dice a Candy, ripensando all’accaduto, che hanno sempre immaginato Daisy come a una bambina fragile e indifesa, ma questa loro interpretazione del vissuto della piccola non le ha permesso di affrontare e vivere la vita perché l’ha sempre bloccata.
Io penso che questa donna sottolinei l’importanza di non intrappolare l’altro, malattia o meno, nelle proprie paure o nei propri bisogni, ma permettergli di sperimentare il “gusto” della vita.
In fondo Daisy, insieme a Candy, scopre che la vita porta emozioni, che va scoperta e sognata, ma soprattutto concedersi di viverla.
E in fondo non è un po’ quello che noi leggiamo nel resoconto dei giovani partecipanti alla vacanza estiva quando scoprono che si possono fare delle cose e goderne a patto che si creino le condizioni giuste?
Tutti noi possiamo concederci delle esperienze, ma sempre ponendoci dei limiti che ci tutelino.
Banalmente se andiamo fuori città in bicicletta, necessitiamo del caschetto per proteggerci o se vogliamo fare la 10 km in mare ci dobbiamo sottoporre al giusto allenamento, altrimenti ci esponiamo a un rischio.
Quell’esperienza allora non sarà più godibile, ma varcherà l’area del traumatico. Per questo forse è meglio concedersi la possibilità di essere quello che si è con tutti i punti di forza o le mancanze, perché accettando i propri limiti e i punti deboli si accetta il proprio sé nella sua pienezza. E solo questa sensazione permette di vivere liberamente.
Perché la libertà non è potersi buttare attaccati a un filo da un ponte facendo uno sport estremo, ma la possibilità di essere se stessi senza sentirsi obbligati a celare o nascondere chi realmente siamo.
Anita Gagliardini
agagliardini@libero.it
Bibliografia
Battacchi ., Codispoti O. (1992), “La vergogna. Saggio di psicologia dinamica e clinica”, Ed. Il mulino