emofilia
Diagnosi di portatrice

Presso il Centro Emofilia dell’Istituto Gaslini di Genova lo studio delle famiglie con emofilia si basa sull’utilizzo dei polimorfismi di restrizione (ovvero i marcatori molecolari presenti in tutta la popolazione) – che permettono di individuare il cromosoma X portatore del difetto e seguirne la sua trasmissione nell’ambito della famiglia in esame – o, in alcuni casi, sull’individuazione del difetto molecolare che ha causato la malattia nella famiglia.

Il primo approccio, ovvero l’uso dei polimorfismi, pur essendo il metodo più rapido, presenta alcune limitazioni legate alla non informatività (ossia quando non è possibile stabilire quale dei due cromosomi X porta il difetto), alla possibilità di arrangiamenti intracromosomici e, nelle famiglie dove è presente un solo caso di emofilia (ossia sporadiche), all’impossibilità di stabilire il livello generazionale in cui si è verificata la mutazione.

Infatti, in questi casi, non si può considerare a priori la madre di un emofilico come portatrice, poiché la mutazione che ha causato la malattia potrebbe essersi verificata soltanto nella meiosi che ha portato al concepimento del figlio affetto. Si rende così necessario, per arrivare ad una corretta diagnosi di portatrice, individuare la mutazione genica causa dell’emofilia.

Nel 50% delle famiglie con emofilia A grave, il difetto è determinato da un arrangiamento avvenuto tra un tratto di DNA localizzato all’interno dell’introne 22 del gene del Fattore VIII e due geni localizzati al di fuori del gene stesso che hanno la sequenza del DNA molto simile al tratto interno dell’introne 22. Il prodotto che ne deriva è un gene del Fattore VIII interrotto e quindi incapace di sintetizzare la proteina del Fattore VIII.

Nei casi in cui questa mutazione non è presente, per l’emofilia A si rende necessario analizzare tutto il gene del Fattore VIII  (così come si deve fare per il gene del Fattore IX nell’emofilia B, in cui non è presente una mutazione ricorrente) in modo da individuare, in ciascuna famiglia, il difetto.
Essendo il gene del Fattore VIII molto grande, tale ricerca richiede tempi relativamente lunghi. Pertanto è importante effettuare lo studio familiare prima di affrontare una gravidanza.

Numerose sono le donne che, risultate portatrici, si rivolgono al Centro per affrontare la diagnosi prenatale. Attualmente la diagnosi prenatale viene effettuata su DNA estratto dai villi coriali prelevati tra l’11° e la 13° settimana di gestazione.
Tale tecnica comporta comunque un rischio di aborto che viene valutato intorno al 3/4%.
Parte del materiale prelevato, viene analizzato per l’indagine citogenetica al fine di evidenziare il sesso del nascituro ed eventuali anomalie cromosomiche.
Qualora il feto risultasse di sesso maschile, si procede all’estrazione del DNA del restante prelievo di villi e si applicano le tecniche di biologia molecolare per diagnosticare se il feto è affetto da emofilia.

Per quanto la diagnosi prenatale venga effettuata in tempi relativamente precoci (3° mese di gravidanza) un eventuale aborto selettivo risulta spesso traumatico per le donne.

La diagnosi di preimpianto, sull’embrione concepito in vitro, potrebbe risultare un’alternativa accettabile all’attuale diagnosi prenatale per alcune di loro.

Questa tecnica utilizzata per le malattie genetiche ereditarie e, in particolar modo, per le anomalie cromosomiche, consiste nell’effettuare la diagnosi molecolare su embrioni fecondati in vitro prima del loro impianto in utero.
In pratica si procede al prelievo delle uova dopo iperstimolazione sotto controllo medico.
Dopo la fecondazione in vitro, l’embrione viene fatto crescere in particolari terreni di coltura e quando ha raggiunto lo stadio di 6-8 cellule, una di esse viene prelevata (senza danno per l’embrione) e su questa viene fatta una diagnosi specifica.
Due degli embrioni che risultano idonei vengono poi reimpiantati nell’utero materno.