Nella diciottesima puntata della rubrica psicologica Anita affronta il tema della consapevolezza, attraverso il progredire della malattia, della morte imminente.
Lo fa raccontandoci il libro “Le tout dernier été” di Anne Bert.
Parla della scoperta di avere la SLA, la Sclerosi Laterale Amiotrofica e della perdita progressiva di quella libertà che ti permette di controllare il tuo corpo.
“Un libro toccante – come lei lo definisce – che mette tutti di fronte all’enigma della morte, soprattutto oggi che abbiamo attraversato le difficoltà della reclusione, delle morti, dei malati.
Anche noi con la pandemia abbiamo tralasciato il toccare per accentuare l’ascoltare con le chiamate ai propri cari o amici.
Tutti noi abbiamo dovuto reagire a una situazione attivando delle risorse per gestire le perdite.
Vissuti di perdita, di morte che toccano tutti nella storia individuale e sociale.
Tuttavia, forse come la protagonista del libro, dovremmo lasciare spazio al sentire anche ciò che è doloroso per non negarlo, ma raccontarlo.
Solo così abbiamo una storia, la nostra storia”.
In quest’articolo vorrei introdurre un argomento delicato e per questo mi aiuterò di un libro che ho letto in questi ultimi giorni.
Il titolo è “Le tout derniere été” che si potrebbe tradurre con “l’ultima estate”.
La scrittrice, Anne Bert, racconta gli ultimi giorni prima di morire. L’aspetto più toccante di questo suo racconto è l’incontro con la diagnosi di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e inevitabilmente con il cambiamento del proprio corpo.
Sul sito della “Fondazione Italiana di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica” si legge che “… è una malattia neurodegenerativa progressiva dell’età adulta, determinata dalla perdita dei motoneuroni spinali, bulbari e corticali, che conduce alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori” (www. arisla.org).
Una malattia insidiosa che a poco a poco colpisce le funzionalità di un corpo che non si riesce più a controllare e muovere liberamente.
L’autrice racconta proprio questo senso di perdita di libertà che la porterà a decidere della propria morte.
Tutto il libro è un passaggio continuo tra il racconto delle esperienze sensoriali a contatto con la natura e la sua perdita progressiva delle funzionalità corporee. Sembra quasi che ci sia un bisogno di mantenere vive quelle esperienze corporee piacevoli che attivavano tutti i sensi.
In particolare lo sguardo (è un problema all’occhio che la conduce dal medico) e il tatto. In alcuni momenti sente il suo corpo oppositivo e scrive “… si de solidarizza totalmente, diviene ostile …” (p.46) e ancora sottolinea che la malattia si riversa contro di lei
“ Il mio corpo si è venduto, un agente della SLA” (p.48).
La malattia la spinge a dovere elaborare un doppio lutto.
Da una parte la perdita delle sue funzioni corporee fino a sentirsi estranea al suo corpo e dall’altra la perdita delle esperienze vissute e non più ripetibili.
Lo scritto è un continuo contrapporre la sua esperienza attuale a quella passata, credo nel tentativo di cercare un’elaborazione della drammaticità dell’esperienza divenuta trauma. Un vissuto complicato dal pensiero che quella sarà “l’ultima estate” durante la quale dovrà elaborare la separazione dagli affetti più cari e da un mondo esterno a lei prezioso.
Questo racconto di un vissuto interno doloroso ci mette di fronte al bisogno di trovare una spiegazione ai fatti della vita che a volte travolgono l’individuo, ma che per essere sopportati necessitano una significazione psichica.
Un lavoro tra prima e dopo il trauma che permetta di “adattarsi” alla nuova condizione per trovare lo stimolo di vivere fino in fondo il tempo che resta.
Nella citazione che segue, si osserva bene come la perdita di una funzione sia compensata con un’altra per continuare a sentirsi vivi.
Leggiamo: “Io guardo il bouquet di fiori sbiaditi … io vorrei toccarli, raccogliere le sue foglie, ma io non posso più. Bisognerebbe per questo tendere le braccia. Che fare altro che osservare?”(2017, p.70).
L’autrice non riesce più a muovere gli arti, ma può ricordare, immaginare, sentire i profumi della vita. Ed è proprio questo che sembra essere difficile lasciare andare: una vita.
Scrive “Pensare il morire, è osare di disfarsi di queste immagini. Non tenere del verbo morire che il meccanismo, quello dell’interruttore che spegne la luce” (2017, p.110).
Un libro toccante che mette tutti di fronte all’enigma della morte, soprattutto oggi che abbiamo attraversato le difficoltà della reclusione, delle morti, dei malati.
Anche noi con la pandemia abbiamo tralasciato il toccare per accentuare l’ascoltare con le chiamate ai propri cari o amici.
Tutti noi abbiamo dovuto reagire a una situazione attivando delle risorse per gestire le perdite.
Vissuti di perdita, di morte che toccano tutti nella storia individuale e sociale.
Tuttavia, forse come la protagonista del libro, dovremmo lasciare spazio al sentire anche ciò che è doloroso per non negarlo, ma raccontarlo.
Solo così abbiamo una storia, la nostra storia.
Anita Gagliardini
agagliardini@libero.it
Bibliografia
Bert Anne (2017), “le tout dernier été”, ed.Le livre de poche
Le traduzioni sono a opera dell’autrice