L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità del farmaco Crizanlizumab (Adakveo®) per la prevenzione delle crisi vaso-occlusive ricorrenti nei pazienti con anemia falciforme di età uguale e superiore a sedici anni che abbiano presentato almeno due VOC (Crisi Vaso Occlusive) nel corso dei dodici mesi precedenti.
Crizanlizumab – al quale AIFA ha riconosciuto il requisito dell’innovatività condizionata – può essere somministrato in aggiunta a idrossiurea/idrossicarbamide (HU/HC) o come monoterapia nei pazienti per i quali il trattamento si riveli inefficace o intollerabile.
L’anemia falciforme è caratterizzata dall’alterazione della forma e proprietà fisiche dei globuli rossi e da una maggior adesività delle diverse cellule ematiche rispetto al solito.
In determinate situazioni, queste cellule si attivano e aderiscono tra di loro e alla parete interna dei vasi sanguigni, formando degli agglomerati che possono rallentare, bloccare e ridurre il flusso di sangue e ossigeno, causando danni ai vasi sanguigni e agli organi.
Questo comporta, di conseguenza, degli attacchi acuti noti come crisi vaso-occlusive, eventi gravi, ricorrenti e imprevedibili che possono rappresentare delle vere emergenze sanitarie a causa della loro rapida evoluzione e alta mortalità.
Crizanlizumab ha ricevuto la designazione di farmaco orfano ed è il primo e unico medicinale biologico mirato che agisce legandosi alla P-selectina, una proteina di adesione cellulare che svolge un ruolo centrale nelle interazioni multicellulari che causano vaso-occlusione nell’anemia falciforme.
Legandosi alla P-selectina sulla superficie dell’endotelio e delle piastrine attivate, crizanlizumab blocca le interazioni tra cellule endoteliali, piastrine, globuli rossi e leucociti, prevendendo l’insorgenza di crisi vaso occlusive.
L’approvazione della rimborsabilità di Crizanlizumab da parte di AIFA fa seguito al parere positivo espresso dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e alla successiva approvazione da parte della Commissione Europea.
I risultati dello studio clinico SUSTAIN hanno dimostrato che, nei pazienti con SCD (Sickle Celle Disease: malattia a cellule falciformi), Crizanlizumab ha ridotto in modo significativo il tasso annuale mediano di crisi vaso occlusive del 45% rispetto a placebo.
Sono state osservate riduzioni della frequenza delle crisi vaso occlusive tra i pazienti a prescindere dal genotipo dell’anemia falciforme e/o dall’uso di idrossiurea/idrossicarbamide (HU/HC).
È stato riscontrato un aumento di oltre il doppio della percentuale di pazienti senza crisi che hanno completato lo studio, rispetto al placebo.
Nel corso dello stesso studio, Crizanlizumab ha dimostrato di ridurre il tasso annuale mediano di giorni di ricovero in ospedale del 42% rispetto a placebo.
Sulla base degli studi clinici, inoltre, Crizalizumab presenta un favorevole profilo di sicurezza: sono stati infatti evidenziati eventi avversi similari tra i pazienti trattati con la terapia e il gruppo placebo.
Il dott. Luigi Boano, General Manager Novartis Oncology Italia ha affermato in proposito:
“Siamo davvero orgogliosi di essere riusciti a rendere disponibile per i pazienti e la classe medica la prima terapia mirata per le crisi vaso-occlusive ricorrenti nell’anemia falciforme.
Questo risultato testimonia come il nostro continuo impegno nella ricerca e sviluppo di soluzioni innovative sia in grado di portare un cambiamento importante nella gestione dei pazienti con questa patologia, ad oggi orfana di soluzioni terapeutiche”.
Il progetto SCAN
(Sickle Cell Anemia Narrations)
Da un progetto di medicina narrativa di Fondazione ISTUD, promosso da Novartis, è emerso inoltre in maniera evidente come l’anemia falciforme abbia un impatto significativo sulla qualità della vita dei pazienti, dalla sfera affettiva a quella professionale o scolastica: nei periodi in cui si manifestano i sintomi, infatti, le persone con anemia falciforme fanno fatica a concentrarsi e a svolgere le proprie attività di studio o quelle lavorative.
Mediamente si assentano per 39 giorni dal proprio posto di lavoro o da scuola.
Anche le altre attività di vita quotidiana, come per esempio fare la spesa sono spesso compromesse dalla malattia.
A questo si aggiunge che più del 50% delle persone con anemia falciforme effettua trasfusioni almeno una volta al mese.
Tuttavia, nonostante queste difficoltà, dalle narrazioni si evince anche la grande voglia di farcela di queste persone con le cure e la giusta assistenza.
La diagnosi, nel 43% dei casi, viene effettuata e comunicata da un centro diverso da quello in cui si è in cura attualmente, spesso rappresentato da un centro pediatrico.
Non manca, però, chi è arrivato alla diagnosi dopo una peregrinazione tra più centri di cura (28%).
In pochi casi la diagnosi è avvenuta in seguito a un evento traumatico durante il parto, oppure nello stesso centro presso il quale si è ancora in cura.
Inoltre, in un terzo dei casi raccontati (33%) viene specificato come inizialmente si sia fatta una diagnosi diversa da quella di anemia falciforme, confusa con altre forme di anemia – in particolare la beta talassemia – o altre condizioni quali dolori della crescita e reumatismi.
Dott. Palazzi, l’articolo che leggiamo alla pagina a fianco, in chiusura, ci parla delle difficoltà di diagnosi.
Lei segue molti pazienti con anemia falciforme ed anche se questa breve intervista è incentrata sull’informazione sul nuovo farmaco prima di parlarne le rivolgo una domanda classica.
Le rivolgo questa domanda perché sappiamo che ancora oggi arrivano persone nei vostri reparti che hanno vissuto esperienze diverse prima di ottenere una diagnosi.
“Il modo di fare la diagnosi di anemia falciforme ancora oggi avviene attraverso la situazione più classica:
Una persona arriva al pronto soccorso con una crisi dolorosa.
Oggi comunque c’è un secondo modo, per fortuna ,che sta diventando prevalente e cioè la diagnosi prenatale, in chi sa di essere portatore e vuole avere la conoscenza della malattia prima della nascita, oppure, in coloro che non sanno di essere portatori si fa uno screening alla nascita e si scopre se il bambino ha la drepanocitosi e quindi possiamo prenderlo in carico e spiegare anche alla famiglia quali sono i problemi a cui vanno incontro, le terapie da fare, sopratutto la profilassi antibiotica e gli esami che farà nel tempo”.
Qual è la percentuale di pazienti oggi in Italia con anemia falciforme provenienti dall’estero, in questo caso sappiamo che provengono prevalentemente dall’Africa sub-sahariana?
“Innanzitutto sappiamo che questa è una malattia rara,ma non poi così tanto rara. Sappiamo che è probabile che nel mondo nascano circa 300.000 pazienti all’anno.
La percentuale invece di portatori: in Italia si stima che il 6% della popolazione sia portatrice di un difetto della emoglobina (talassemia o drepanocitosi), ma la distribuzione nel paese non è omogenea. Ci sono quindi zone di Italia con maggior percentuale di portatori di drepanocitosi (e di talassemia) e altre zone in cui la percentuale è minore.
Quanti sono i pazienti con la malattia in Italia? Purtroppo è difficile dirlo perché non esistono registri, se non parziali. Alcuni registri contano circa 2500/3000 pazienti, ma è molto probabile che il numero reale sia superiore e si stima che siano almeno 5.000-6.000 persone”.
Ora le chiedo una informazione che abbiamo avuto leggendo il comunicato stampa che allego alla nostra intervista e cioè all’ormai famoso Crizallizumab.
Lei lo sta già usando?
Limita effettivamente le crisi vaso occlusive?
Perché si parla di pazienti di età superiore ai 16 anni?
Infine, si sono riscontrate eventuali controindicazioni nei confronti di questo nuovo prodotto?
“Potremmo dire: finalmente!!.
Dopo decenni che si attendeva qualche novità terapeutica, abbiamo un farmaco nuovo.
E’ un farmaco che limita le crisi ed è nato specificamente per la drepanocitosi.
Agisce su una proteina dell’endotelio (che è il tessuto che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni). Potremmo dire, semplificando, che le crisi avvengono perché i globuli rossi (a falce), i globuli bianchi e le piastrine si attaccano alla parete interna dei vasi sanguigni (le vene) e le bloccano come un “tappo”, da qui la crisi dolorosa.
Ma per “attaccarsi” hanno bisogno di una proteina che si trova sulla membrana interna dei vasi sanguigni, la P-selectina, che funziona da “ancoraggio” tra la parete della vena e le cellule.
Crizanlizumab va a bloccare proprio questa proteina impedendo che le cellule (globuli bianchi, globuli rossi e piastrine) si attacchino alla parete del vaso sanguigno.
È quindi un farmaco che, essenzialmente, limita o impedisce lo scatenamento delle crisi.
La somministrazione avviene endovena, quindi la gestione è ospedaliera, una volta al mese.
Anche questo rende agevole il suo utilizzo.
Come detto, gli studi parlano di una riduzione del 45% delle crisi e del 42% dei ricoveri, quindi un risultato importante se pensiamo a quanto pesino le crisi in termini di sofferenza, complicanze e ospedalizzazione nella vita dei pazienti.
Ma attenzione: non va pensato (solo) in “sostituzione” alle terapie esistenti.
Va considerato un ulteriore contributo, importante, alla cura della malattia.
Questo vuole dire che chi è in cura con farmaci o trasfusioni deve pensare che fa già terapie importanti e che sono dei capisaldi, a cui può aggiungersi un nuovo contributo terapeutico con Crizanlizumab.
I medici in futuro saranno sempre più chiamati a decidere non solo in termini di sostituzione di una terapia con un altra, ma in termini di integrazione di varie terapie.
Tra l’altro, ricordando che la drepanocitosi non è una sola malattia ma un gruppo di difetti genetici (omozigosi SS, doppia eterozigosi SC, microdrepanocitosi ecc), Crizanlizumab si è dimostrato efficace in ogni tipo di difetto genetico della malattia drepanocitica.
Noi a Modena abbiamo seguito due pazienti attraverso l’uso compassionevole, e siamo inseriti in un programma di studio.
L’esperienza è ovviamente limitata, ma il risultato che vediamo nell’uso è sicuramente incoraggiante”.
Crizanlizumab può aiutare voi medici a gestire pazienti che non accettano le terapie classiche?
“Credo che Crizanlizumab potrà aiutarci a gestire anche pazienti che non seguono altre terapie, pur nell’ottica che dicevo prima.
I farmaci che abbiamo sono efficaci e i nuovi ritrovati si integrano nei piani di cura, aggiungendo qualcosa che prima non avevamo.
Per cui attenzione: se un paziente non segue la terapia, il problema non è quella terapia.
Il problema è capire perché”.