Nella diciassettesima puntata della rubrica psicologica Anita affronta un tema di stretta e, purtroppo, di tragica attualità.
Lo fa citando Albert Camus sulla peste e Riccardo Chiaberge sulla “spagnola”.
Citando testualmente ciò che scrive si legge:
“L’immagine medica del virus è qualcosa di concreto, reale, che aiuta a costruirne la figura, ma per ogni individuo il virus rappresenta anche qualcosa di più personale che risveglia la propria storia interna”.
Ecco perché verso la fine lo definisce un virus medicale, sociale, individuale ed afferma di ritenere che dietro al corpo “concreto” della malattia e della cura ci sia anche il mondo emotivo e che il virus non solo intacca il corpo, ma penetra nella psiche scatenando vecchie paure e vissuti.
La nostra storia è costellata di epidemie che hanno colpito l’uomo e ne troviamo traccia in bellissime descrizioni di grandi narratori.
Il primo libro che ho letto durante l’inizio della pandemia è stato “La peste” di Albert Camus.
La cosa che subito colpisce è come l’uomo ripeta nel tempo presente gli stessi comportamenti dei suoi avi, cancellando alcuni vissuti del passato.
Perché è proprio di vissuti che bisogna occuparsi.
In una delle prime pagine de “La Peste” il medico sa di quale malattia si tratta, ma sente un’inquietudine che lo porta in un primo momento a non nominarla, quasi il solo pronunciarne il nome la rendesse più pericolosa. Così trasferisce questo suo vissuto interno doloroso all’esterno per sentirlo meno pericoloso dentro di sé e dice:
“… non si è osato darle un nome, al momento. L’opinione pubblica è cosa sacra: niente terrore, soprattutto niente terrore” (2005, p.37).
Questo riverbero della parola terrore fa notare il vissuto d’angoscia del povero uomo che si trova di fronte alla consapevolezza della complessità della situazione.
In un altro libro sull’influenza spagnola del 1918 di Riccardo Chiaberge si legge “L’influenza è diventata epidemica in città. Una scuola riferisce che tutti i bambini ne sono stati colpiti. La malattia non è circoscritta ai bambini.
Gli adulti soffrono di mal di testa, mal di gola, pesantezza agli occhi e febbre.
Non c’è nulla di allarmante nella malattia, eccetto che frequentemente l’influenza getta le basi della polmonite” “The Ogden Standard”, 8 maggio 1918 (2016, p.11).
Queste poche frasi mettono in luce la contraddizione insita nello stesso messaggio: si sottolinea che è una malattia che colpisce molte persone e che “frequentemente” genera polmonite, allora perché non bisogna preoccuparsi?
Dietro a questo trafiletto si cela il timore di toccare più da vicino le paure che una pandemia può scatenare nell’essere umano e per prima su tutte la paura della morte intaccando così il desiderio d’immortalità!
L’idea di una medicina d’avanguardia non ci spinge un po’ verso un pensiero di lunga vita e magari, perché no, a sognare l’immortalità?
Il pensiero che il virus nel suo esordio in Cina fosse così lontano da non poterci colpire, nell’era della globalizzazione, non può essere il bisogno di mettere distanza da un’angoscia interna? E le prime polmoniti anomale?
E il primo vociferare di una semplice influenza che colpisce un piccolo numero di persone fragili non è forse legato a una difficoltà di pensare la portata di un eventuale “pandemia sul proprio stato emotivo”?
In fondo la nostra mente, come il nostro corpo, ha un sistema difensivo che attiva quando si sente in pericolo.
Tra le difese più note troviamo il denegare la gravità della situazione attuale o rimuovere, isolare, proiettare, scindere alcuni vissuti per sentirne meno il carico.
All’inizio della pandemia mi sono resa conto che le persone riempivano i loro racconti di fatti concreti legati al Covid19: stare attenti a tenere le distanze, lavarsi bene le mani, come fare con la sp esa, come gestire il lavoro nelle diverse modalità proposte per permettere il distanziamento, ecc., ma quello che mancava era come ci si sentiva di fronte a una situazione di reclusione, dove il mondo esterno diventava pericoloso, dove tutti erano possibili “untori” colpendo anche le persone care.
Io penso che ci sia il bisogno dell’individuo di coprire con il fattuale i propri fantasmi e paure. Il virus, non rappresentabile e immaginabile, all’inizio della pandemia ha creato un’angoscia che la mente ha dovuto allontanare.
Ancora oggi le persone si trovano nell’incertezza sul futuro, sulla cura, sul vaccino.
Molti sono i tentativi di immaginarsi come agisce il virus se contamina o meno gli alimenti, se entra nelle case dopo essere usciti, quanto sta nell’aria in attesa di trovare la propria preda per insediarsi all’interno.
Tuttavia ritengo che dietro al corpo “concreto” della malattia e della cura ci sia anche il mondo emotivo e che il virus non solo intacca il corpo, ma penetra nella psiche scatenando vecchie paure e vissuti.
Spesso si sentono persone che cercano di occupare il tempo della reclusione facendo tante cose, ma cosa bisogna allontanare del proprio vissuto, perché non fermarsi a pensare cosa si scatena all’interno di noi?
Quale immobilità va contrastata: quella del mondo esterno o quella del sentire interno?
Abbiamo iniziato a rendere più visibile questo virus quando sono state fornite le sue prime immagini al microscopio, ma nell’individuo è qualcosa d’invisibile e oscuro.
L’immagine medica del virus è qualcosa di concreto, reale, che aiuta a costruirne la figura, ma per ogni individuo il virus rappresenta anche qualcosa di più personale che risveglia la propria storia interna.
C’è per questo un virus “medico”, “sociale” e “individuale”.
Il Covid19, sarà per ancora del tempo nelle nostre vite, nei nostri pensieri, nei nostri racconti, è parte dell’attuale, del nostro immediato futuro e diventerà un’esperienza passata, ma potrà rimanere in ognuno di noi come esperienza “utile” se digerita dal nostro apparato psichico come qualcosa che può essere tenuto dentro di sé perché tollerabile. Diversamente l’impossibilità di potere raccontare le proprie emozioni e affetti spingeranno l’individuo a evacuare costantemente un trauma indicibile con il rischio di una ripetizione perpetua che la mente ripropone in un tentativo illusorio di poterla padroneggiare.
Anita Gagliardini
agagliardini@libero.it
Bibliografia
Camus A. (2005), “La peste”, Ed. Fabbri
Chiaberge R. (2016), “1918 La grande epidemia”, Ed. UTET