Sedicesima puntata della rubrica psicologica.
Dalla lettura di un libro della scrittrice premio Nobel Olga Tokarczuk, Anita Gagliardini dove un uomo un giorno, in una stanza d’albergo si sveglia e si accorge di avere dimenticato il proprio nome: a poco a poco, il mondo per lui si oscura. Spaventato, si rivolge a una anziana dottoressa che gli fa una strana diagnosi: il suo problema è che ha smarrito l’anima. L’unico modo per ritrovarla è fermarsi, armarsi di pazienza e mettersi ad aspettare. Così l’uomo abbandona tutto e si ritira in una casa isolata e la sua attesa comincia, sua unica occupazione, finché una strana bambina dal viso familiare busserà alla sua porta.
Ultimamente ho letto un libro intenso di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura.
Il testo è arricchito da bellissime illustrazioni di Joanna Concejo. Lo scritto occupa forse una pagina e mezzo, mentre le immagini si sfogliano per tutto il testo.
L’intreccio tra queste due qualità artistiche, la scrittura e la pittura, è così forte che rendono l’intero libro molto interessante ed emotivamente ricco.
Per introdurre un po’ il pensiero teorico riporto una parte del testo che racconta di un uomo che ha smarrito la sua anima.
“Guardò dalla finestra, ma non sapeva bene in quale città si trovasse, perché dalle finestre degli alberghi tutte le città sembrano uguali.
Non sapeva bene neanche come fosse capitato lì, né perché ci fosse andato.
E purtroppo – aveva anche dimenticato il suo nome. Era una sensazione strana, perché non aveva idea di come rivolgersi a se stesso.
Dunque, rimase semplicemente in silenzio.
Per tutta la mattina non si parlò e allora si sentì davvero molto solo – come se dentro il suo corpo non ci fosse più nessuno.
Quando si mise davanti allo specchio del bagno, si vide come una macchia indistinta” (2018).
Il protagonista di questo scritto è un uomo che si smarrisce fino a non riconoscersi più.
Non sa come si chiama e perde la capacità di sentirsi e vedersi come se tutto l’apparato percettivo avesse abdicato a svolgere il proprio compito.
Ciò che rimane è un forte senso di vuoto interiore che lo fa scomparire.
Il suo corpo sembra un involucro vuoto.
C’è un contenitore, ma è sparito il contenuto.
Un po’ come se avessimo una parola, senza il contenuto che la significa.
Rimane un elemento di non senso.
Egli attende che l’anima faccia ritorno seduto lì sulla sedia, mentre la vita quotidiana continua a scorrere tra le pagine del libro attraverso i disegni della Concejo.
È come se il tempo interiore si fermasse per il povero uomo, mentre il tempo reale del mondo esterno continuasse nella sua marcia.
Questa condizione psichica lo fa sentire solo nel mondo e con se stesso perché non ci sono punti di riferimento interiori che lo strutturino e gli forniscano una base identitaria.
Non ha storia, tutto è stato cancellato.
Il protagonista sembra rispecchiare alcune parti di funzionamento di pazienti gravi che a causa di situazioni traumatiche, vedono cancellare il mondo interno come estrema difesa dal dolore o addirittura non strutturare le funzioni psichiche necessarie per costruire l’apparato psichico.
Così il mondo interno s’impoverisce e non riesce a creare immagini e rappresentazioni che si leghino con l’affettività per fornire un significato al vissuto.
Ad esempio se raccontiamo a un amico una vacanza appena trascorsa senza arricchirla dell’aspetto emotivo, affettivo difficilmente capirà come abbiamo vissuto quella vacanza, se è stata piacevole o no.
In questo caso manca anche un’immagine che indichi qualcosa dell’esperienza avvenuta, lasciando spazio a un non senso e al vuoto.
Avviene una frattura tra mondo interno e mondo esterno che sembra potersi rimarginare solo alla fine del libro.
Che cosa permette al protagonista di ritrovare la sua anima riappropriandosi del suo vissuto e della sua possibilità di essere?
Io penso che Andrzej può ritrovarsi dopo avere ricostruito un passato storico che possa essere vissuto, percepito, raccontato. Un po’ come la psicoterapia che permette di lavorare il trauma per riappropriarsi del proprio vissuto sentendolo meno pericoloso e quindi introiettabile. Le immagini del libro parlano di vita quotidiana, di un bambino che poi è diventato adulto permettendo la ricostruzione di una temporalità: il passato che permette di vivere il presente immaginando il futuro.
Se manca il punto di partenza e con questo intendo il racconto storico, non c’è nascita, non c’è storia e racconto.
Se il racconto lascia spazi bianchi legati al traumatico, allora non trova una sua continuità e il rischio è che si cerchi di colmare quell’interruzione con una “falsa” storia che genera elementi di sofferenza, creando a volte veri e propri stati di confusione.
Quante volte si sentono storie di bambini adottati che ricercano i veri genitori cercando di colmare il vuoto rappresentativo, storico generato dal trauma dell’abbandono?
Un viaggio verso le origini che ridiano un senso alla propria nascita e al proprio essere.
O quante volte le persone chiedono “Com’ero da bambino?” Non è forse il bisogno di sapere raccontare una storia unica e personale che rende il senso della propria esistenza e che fa sentire di essere?
La psicoterapia è la ricerca di senso e significato per potere rivivere e ritrascrivere la propria storia perché possa alloggiare all’interno del mondo interno non più come qualcosa da cacciare, ma come elemento fondamentale per raccontare chi si è.
Anita Gagliardini
agagliardini@libero.it
Bibliografia
Tokarczuk O., Concejo J. (2018), “L’anima smarrita”, Ed.Topipittori